Etica del dono

JACQUES T. GODBOUT, Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1993, pp. 312 (ultima ristampa 2002)

J. T. Godbout, docente all’ Institut national de la recherche scientifique presso l’Università del Quebec, e attivo nell’ambito dell'”Institut Karl Polanyi d’economie politique” di Montreal, è uno dei fondatori del “Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali” (MAUSS), sorto a Parigi nel 1980, con l’intento di mettere in questione il predominio della razionalità utilitarista negli ambiti di ricerca della cultura occidentale e di elaborare un modello alternativo.

In questo testo, Godbout affronta una problematica da molti considerata “inquietante”: il rapporto di dono fra gli attori sociali, implicante la nozione di gratuità, oggetto di diffidenza e di discredito da parte di una cultura abituata da almeno quattro secoli a considerare l’uomo come un soggetto fondamentalmente egoista, e ad identificare nell’interesse (interpretato dal calcolo) il movente reale delle azioni, sia individuali che collettive.

La tesi che Godbout intende dimostrare è la persistenza e vitalità del dono nella società contemporanea, la convinzione che “anche nelle società moderne, apparentemente individualistiche e materialistiche, il dono forma sistema e costituisce la trama dei rapporti interpersonali” (1). Tale tesi è suffragata da argomentazioni tratte dall’osservazione delle dinamiche sociali e arricchita con spunti e raffronti attinti da studi antropologici riguardanti la circolazione attraverso il dono nelle società arcaiche e tradizionali.

Termine costante di riferimento è Marcel Mauss, il cui Essai sur le don, scritto nel 1923-24, ha il merito di aver inaugurato la riflessione attorno al dono quale fenomeno sociale e di averla collegata ad una prospettiva etica.

Il testo di Godbout si articola in tre parti. La prima parte, “I luoghi del dono”, introduce il lettore alla scoperta delle forme molteplici che assume il dono nelle diverse sfere della società liberale moderna. La seconda parte, “Dal dono arcaico al dono moderno, contiene una presentazione del dono nelle società arcaiche e una rassegna delle sue possibili interpretazioni, seguite da una riflessione sulle conseguenze dell’organizzazione del mercato nella società occidentale. La terza parte, “Lo strano anello del dono”, è dedicata ad una riflessione generale a partire dalla nozione di gratuità, si sofferma sulla natura “paradossale” del dono e si interroga sulla possibilità di elaborare un “modello” di un fenomeno che sfugge a ogni formalizzazione.

Nella società attuale, il dono sembra essere oggetto di un’insistente operazione di rimozione. Sia l’opinione pubblica che gli specialisti delle scienze sociali tendono a negare la realtà del dono, riducendolo allo scambio economico o identificandolo tout court con la “gratuità”, di cui si nega la possibilità in base all'”assiomatica dell’interesse”. La tradizione di pensiero moderna porta a considerare che esistano soltanto due grandi sistemi di azione sociale: “il sistema del mercato, in cui si affrontano e si armonizzano gli interessi individuali, e il sistema politico, strutturato dal monopolio del potere” (2).

In realtà, mercato e stato rappresentano i luoghi della “socialità secondaria”, deputata all’attribuzione di funzioni e ruoli. La costituzione degli individui biologici in persone sociali avviene nel registro della “socialità primaria”, rappresentata da tutti quegli ambiti (famiglia, rapporti di vicinato, di cameratismo, di amicizia) in cui si stringono rapporti interpersonali.

Il dono costituisce il naturale principio di funzionamento di tale sfera di rapporti: rappresenta la forma della socialità primaria; si configura come “il sistema sociale dei rapporti interpersonali”. “Il dono costituisce il sistema dei rapporti propriamente sociali in quanto questi sono irriducibili ai rapporti d’interesse economico o di potere” (3). Lungi dal poter essere ridotto a sovrastruttura ideologica, il sistema del dono svolge una funzione sociale primaria: rappresenta il complemento e il fondamento dei sistemi mercantile e statale.

Non per nulla, nonostante gli sforzi di occultamento, esso riemerge negli ‘interstizi’ dei sistemi ufficiali. La sfera domestica, in quanto rete di obblighi e debiti reciproci, resta il luogo privilegiato della manifestazione del dono; questo, tuttavia, tende sempre più ad estendersi al di là di essa, assumendo la forma del “dono agli estranei” (vita associativa, volontariato, gruppi di auto-aiuto, dono di organi), specifica della modernità, contrassegnata dal prevalere della libertà sulla costrizione, dall’assunzione volontaria dell’obbligo.

La connessione di obbligo e libertà è una delle caratteristiche più eclatanti del dono, emergente con particolare evidenza dall’analisi dei circuiti di dono nelle società arcaiche (condotta da Godbout sulla scorta di tre esempi ‘classici’: il potlàc degli indiani del Nordovest americano, il kula degli indigeni trobriandesi, la pratica dei doni rituali nella regione di Maradi, nel Niger).

Una serie di prerogative “atipiche” concorrono a determinare la natura paradossale del dono.

Ambiguità della restituzione. L’idea di non – restituzione sembra inerente al dono. Il dono non aspetta niente in cambio; chi dice dono dice gratuità.

Allo stesso tempo, la restituzione si rivela imprescindibile: c’è restituzione in ogni sistema di dono, in una forma “inattesa e strana” (riconoscenza del donatario, trasformazione del donatore, piacere del dono), non prevedibile né quantificabile, irriducibile al parametro mercantile.

Nel sistema di dono, la restituzione non è garantita (doni unilaterali), non è equivalente (è spesso maggiore del dono), è insita nel gesto stesso di donare.

Tensione fra libertà e obbligo. Caratteristica essenziale del dono è la spontaneità. Esso si genera da “un moto spontaneo dell’anima”; non obbedisce ad alcuna costrizione, né autoritaria, né legale, né razionale, in funzione di un calcolo. E’ gratuito nel senso che non è il risultato di una comparazione fra possibilità di perdita e di guadagno. Afferma la libertà spontanea del gesto.

Nello stesso tempo, esso immette l’individuo in un circuito di obbligo. Crea ‘vincolo’, instaura un debito, uno stato di dipendenza. Inaugura una catena di rapporti e riconoscimenti reciproci, che arriva a configurarsi come una vera e propria “spirale di generosità”.

Il dono non esiste come atto isolato e discontinuo, ma si inscrive in un ciclo, strutturato attorno ai tre momenti (già messi in evidenza da Mauss) del “dare-ricevere-ricambiare”. “Il dono mette i partners nello stato di debito che caratterizza ogni legame sociale intenso. L’ampiezza dei cicli di doni e controdoni instaura uno stato di debito reciproco permanente” (4).

Priorità del valore di legame. Il dono è, per sua natura, principio di rapporto. Esso è creatore e catalizzatore di legami. La sua funzione specifica consiste nel favorire la coesione sociale. “Definiamo dono ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone” (5).

Il dono serve innanzitutto “a stringere rapporti”. Crea e rafforza legami, o, in casi estremi, li interrompe (dono negato o strumentalizzato). Ha in ogni caso a che fare col legame; è una “operazione al servizio del legame”. Il valore di scambio e il valore d’uso degli oggetti che circolano nel dono è irrilevante rispetto al valore di legame di cui sono portatori. Il valore delle cose è in funzione del rapporto fra le persone, “il bene circola al servizio del legame”.

E’ questa la ragione per cui “il dono non è una cosa, ma un rapporto”. Costituisce anzi il rapporto sociale per eccellenza (6).

L’analisi della natura e della struttura del dono effettua ta da Godbout, offre il destro ad una serie di riflessioni di natura etica ed esistenziale, accennate dallo stesso autore e suscettibili di essere ulteriormente sviluppate.

Proprio in virtù della “logica paradossale” che lo contraddistingue, il dono sovverte la visione del mondo dominante, trascende il paradigma utilitaristico e propone un modello innovativo, maggiormente aderente alla complessità della vita.

Il dono è il luogo della complessità. “Anello strano”, cerchio aperto, reciprocità non equivalente, circolazione fondata sullo squilibrio, il dono forma un sistema complesso ed indeterminato, dove ‘i conti non tornano’ ed i termini in gioco trapassano l’uno nell’altro.

Nella logica del dono, spontaneità e obbligo, responsabilità e libertà, interesse e disinteresse, individuale e collettivo non si escludono, ma si implicano: si richiamano e si integrano a vicenda. Il dono scioglie le antitesi, mette in relazione gli opposti. Dimostra l’irrealtà della contrapposizione e rivendica la realtà della mediazione, della sintesi, della ‘contaminazione’.

In tal modo, interpreta e traduce la struttura dialettica della realtà, ne assume e mette in gioco il carattere pluridimensionale.

Dimostra l’irriducibilità della vita al meccanismo, al determinismo, al calcolo. Illustra il funzionamento della dialettica vitale quale sistema “eccedentario”: la sintesi non è mai la somma meccanica degli elementi che la compongono, ma implica uno scarto, una ‘risonanza’, un surplus, che garantisce la possibilità della creazione, la comparsa dell’inedito.

Sul piano esistenziale, l’esperienza del dono si connette con la disponibilità ad assumere la complessità, ad accettare e gestire la necessaria interazione fra rinuncia e generazione, eccesso e perdita.

Il dono è il luogo del legame. Nella proprietà di ‘creare legami’ è insito il potenziale rivoluzionario del dono.

In quanto modello di sintesi fra libertà e obbligo, il dono ha il potere di mettere in questione la concezione della libertà nata dal mercato e diventata patrimonio consolidato della modernità.

La civiltà moderna occidentale nasce e si sviluppa sotto il segno della scissione. Essa ha alla sua origine “una rottura fondamentale tra produttori e utenti che trasforma ogni legame sociale in rapporto tra estranei retto dal mercato o dallo Stato” (7). Tale scissione è espressione di un’ancora più fondamentale “rottura con l’universo, che separa l’essere umano dalla tradizione e dalla trascendenza” (8).

In tale processo, la libertà viene ad identificarsi con l’autonomia individuale, con l’ affrancamento dell’essere umano da ogni connessione con il contesto di appartenenza.

Il mercato libera l’individuo tirandolo fuori dal legame sociale, sottraendolo alla rete di obblighi e condizionamenti connessi all’appartenenza ad una comunità. L’affermazione dell’ individualità diventa direttamente proporzionale alla sua astrazione dalla rete sociale.

La libertà viene identificata con la liberazione dal legame. La libertà mercantile consiste essenzialmente nel diritto di exit, nella “possibilità di uscire”: di infrangere il vincolo in qualsiasi momento, di sottrarsi all’obbligo, di ritirarsi dal legame sociale. Il mito della modernità è l’individuo autosufficiente, che non deve niente a nessuno, senza altri obblighi che quelli che si è assegnato egli stesso, in grado di vivere da solo, “nutrito esclusivamente dal mercato e dallo stato”.

In realtà, l’individuo assoluto è un individuo impossibile. La massima autonomia si converte in massima impotenza.

Il prezzo della libertà mercantile è la distruzione dei legami sociali, che porta l’individuo all’isolamento ed all’impotenza. Il risultato finale è la diminuzione della libertà.

“In capo al cammino della liberazione mercantile e statale, non si trova un individuo libero ma un individuo solo, fragile, dipendente, vulnerabile, accudito da apparati esterni a lui e sui quali egli non ha alcuna presa, facile preda delle ideologie totalitarie” (9).

La libertà al di fuori dei legami è vuota, ha un valore puramente formale, astratto. I legami sociali rappresentano il contesto e il contenuto della libertà. Lungi dal contrapporsi ad essa, la alimentano, le consentono di esplicarsi, le forniscono la ‘materia’.

Il dono esplica un’importante funzione sociale grazie alla sua capacità di tenere assieme libertà e legame, libertà e obbligo. “La libertà del dono è all’interno dei legami sociali. Il dono circola nei legami sociali e ne fonda la libertà” (10).

Interpreta la convinzione che l’individuo si realizza all’interno della comunità, tanto più si “individualizza”, accresce la sua individualità, quanto più intesse rapporti con gli altri.

Il risanamento della vita sociale è legato al recupero del senso di appartenenza. L’individuo raggiunge la verità su se stesso e la piena padronanza delle proprie risorse solo nella coscienza dell’appartenenza ad un insieme più vasto, nel ristabilimento delle relazioni d’interscambio con il cosmo, nelle sue molteplici dimensioni (umanità, natura, temporalità, trascendenza).

Nell’interpretazione di Godbout, il dono svolge da sempre la funzione di ‘riparare’ i rapporti, di ristabilire le relazioni: è una delle vie privilegiate di accesso alla rete universale. “E’ l’esperienza che non solo fa accedere l’individuo al collettivo, ma apre sulla rete universale, sul mondo, sulla vita, sugli altri stati, sull’appartenenza a qualcosa più di se stesso. Quel che ci insegnano tutti i sistemi di dono, è una consapevolezza dell’appartenenza che, lungi dal negare l’individuo, ne è una estensione indefinita in reti incommensurabili” (11).

La ‘lezione del dono’ , suscettibile di conseguenze nella vita sociale, è l’esortazione a pensare libertà e legame come necessariamente correlati. A ciò si collega il compito (storico, per la civiltà occidentale) di passare dalla “liberazione dai legami” alla “liberazione dei legami”. “Liberare l’individuo dalla comunità è un processo che tocca ben presto il suo limite. Liberare la comunità stessa è certo molto più difficile, ma molto più fondamentale” (12).

Liberare la comunità: è la sfida che si impone con maggiore urgenza alla società contemporanea. Pensare tale liberazione è il compito della cultura, nella misura in cui intende mantenere viva la sua funzione sociale.

La modernità, a lungo affaticatasi per liberare l’individuo dal legame, scopre infine l’esigenza di liberare l’individuo ‘nel‘ legame, ovvero di liberare il legame stesso; scandagliate e sperimentate tutte le forme della liberazione individuale, restano da tracciare le vie della liberazione comunitaria.

Il saggio di J. T. Godbout, scritto in collaborazione con A. Caillé, contribuisce in maniera decisiva al cammino di ricerca di una ragione antiutilitaristica. Significativo è il fatto che in questo saggio non si argomenta soltanto contro l’utilitarismo, ma si va al cuore della società moderna mostrando la contraddizione di un sistema che pretende di esistere a scapito di una convivenza sociale basata sulla reciprocità. In questo senso acquista una grande rilevanza la tesi dell’Autore secondo cui il dono non può essere relegato nell’ambito delle buone intenzioni, ma è il principio costitutivo del legame sociale.

Viene così messa a nudo la pretesa totalizzante di una lettura economicistica della convivenza umana, la quale invece è possibile solo perché esiste un “livello primario di socialità” che è fondato sulla coppia dono-restituzione inattesa.

Lo spirito del dono è racchiuso in questa sua capacità di reciprocità e intersoggettività: può essere l’energia concreta per ripensare il senso del legame sociale. L’elaborazione anti-utilitarista sta uscendo da un discorso moralistico e cerca di intraprendere in questo modo la difficile ma indispensabile via di interrogare il senso di un’organizzazione sociale incentrata esclusivamente sul principio di scambio e utilità.

Questo denso ed avvincente saggio è un passo notevole, e per questo si raccomanda al lettore, nella ricerca di una via d’uscita dalla concezione di una società soffocata dalla pura logica del mercato. L’Autore aiuta così a scoprire positivamente il fatto che la società è, in primo luogo costruzione di senso e ricerca di significati condivisi. Solo così parole come solidarietà, condivisione e anche giustizia potranno diventare meno slogans e più alternativa concreta.

  1. GODBOUT J. T. , Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 24.
  2. Ivi, p. 23.

(3) Ivi, p. 22.

(4) Ivi, p. 223.

(5) Ivi, p. 30.

(6) Ivi, p. 14.

(7) Ivi, p. 275.

(8) Ibidem.

(9) Ivi, p. 241.

(10) Ivi, p. 239.

(11) Ivi, p. 258.

Pubblicato nel n° 109 della Rivista di Teologia Morale, Edizioni Dehoniane, Bologna, gennaio-marzo 1996.

Con un contributo del prof. Lorenzo Biagi.

 

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