Riflessioni sulla rivoluzione

Ieri sera ho avuto l’onore di assistere alla rappresentazione di La persecuzione e l’assassinio di Jean Paul Marat, a cura dell’associazione culturale Il Mulino di Amleto di Rimini. Si tratta di un’opera di Peter Weiss, scritta nel 1964, che segna la sua definitiva adesione al teatro didattico e di impegno politico.

La vicenda rappresentata si ispira ad un’ambientazione storica reale per svilupparla in senso “ideologico”. All’interno del manicomio di Charenton (Francia) il marchese de Sade, ivi rinchiuso durante l’epoca napoleonica, decide di allestire una rappresentazione teatrale sull’assassinio di Jean-Paul Marat. Gli attori sono i pazienti del manicomio che, con il permesso del direttore François Simonet de Coulmier, si dispongono a mettere in scena il dramma. Si assiste allo scontro fra lo scettico intellettuale disincantato, esegeta del Male Assoluto e portatore di una anarchia distruttiva (Sade) contro l’Utopia visionaria del rivoluzionario (Marat).

L’azione scenica si svolge su due diversi livelli: il primo è il dramma in sé, il secondo è costituito dalle continue interruzioni e dai battibecchi che si svolgono tra gli attori, il regista (Sade) e il direttore del manicomio.

L’allestimento visto non rende l’intensità drammaturgica e la pregnanza di significati dell’opera originale, ma ciò non si può ascrivere a demerito della compagnia, perchè composta da attori principianti al loro primo anno di studio: in rapporto alla loro scarsa esperienza e alla complessità del testo, sono stati fin troppo bravi! Lodevole anche la scelta di rappresentare quest’opera in coincidenza con il quarantacinquesimo anniversario della promulgazione della legge Basaglia. Il manicomio di Charenton nel primo decennio del XVIII secolo era effettivamente gestito da un direttore illuminato che, anche a costo di contrasti con l’autorità politica, mise in atto i primi esperimenti di “teatroterapia”. In questo manicomio fu effettivamente internato dal 1803 al 1814 il coltissimo e disturbatissimo a dir poco marchese De Sade, emblema del libertinismo radicale settecentesco: Coulmier lo incoraggiò a mettere in scena diverse sue commedie per il pubblico parigino, utilizzando gli internati come attori e come palcoscenico un teatro fatto costruire appositamente con 200 posti per spettatori a invito.

Non entro nel merito dell’analisi dell’opera, non avendola letta direttamente. Mi limito a proporre alcune “riflessioni sulla rivoluzione”, che la visione mi ha ispirato.

Sollecitata dal tema dello spettacolo, non ho potuto fare a meno di andare a rispolverare le mie conoscenze sulla Rivoluzione francese. Questa la scansione temporale degli eventi: 1789 rovesciamento della monarchia assoluta e proclamazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (ispirata ai concetti di libertà, uguaglianza, sovranità popolare, fissante i diritti di libertà politica, religiosa, di pensiero, di proprietà e la parità delle garanzie giuridiche), 1791 approvazione della costituzione fondata sulla separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario (principio tuttora a fondamento delle democrazie liberali) nell’ambito di una monarchia costituzionale, 1792 proclamazione della Repubblica con contestuale divampare degli scontri politici fra opposte fazioni (montagnardi, giacobini e girondini, insurrezioni controrivouzionarie, proteste popolari) e della guerra contro altre nazioni, dall’autunno 1793 all’estate 1794 il Terrore (affidamento dei poteri a un Comitato di salute pubblica guidato da Robespierre) con l’eliminazione fisica di migliaia di oppositori politici, dal 1795 il Termidoro (governo affidato al Direttorio + assemblea legislativa), 1799 colpo di stato di Napoleone e istituzione del consolato. Poi l’impero, le guerre, la colonizzazione/devastazione dell’Europa…

Mi colpisce sempre come alcuni dei più grandi progressi (o “balzi in avanti”) nella storia dell’umanità siano avvenuti al prezzo di spaventosi spargimenti di sangue e intrisi di ambiguità (oltreché di violenza). Tutte le rivoluzioni (da quella francese a quella russa) sono state invariabilmente seguite da dittature e accompagnate da guerre civili, e tanto più quanto più sono state radicali e violente. Spesso gli esiti ne hanno addirittura contraddetto le premesse (possiamo leggere in questa chiave anche le guerre d’indipendenza americane e il Risorgimento italiano). Questo mi porta a rivalutare un’idea (forse un’utopia) che ho coltivato in gioventù, quando militavo nel Movimento per la pace: la rivoluzione, se vuole avere speranza di essere efficace deve essere nonviolenta, cioè deve prefigurare in sé le caratteristiche della “realtà liberata” che vuole instaurare. Non il fine giustifica i mezzi, ma i mezzi devono essere coerenti con il fine.

L’azione nonviolenta tesa alla trasformazione radicale della realtà (quindi come scelta di vita, non pacifismo spicciolo), salvaguarda in ogni caso e in ogni modo l’integrità e il benessere degli individui, di tutti gli individui, compresi gli avversari. Crede nella perfettibilita’ di ogni persona, persegue il valore e vorrebbe avere l’avversario stesso alleato nella lotta contro il disvalore. Convoca ogni essere all’impegno per il cambiamento e comprende, o perlomeno tenta di comprendere, ogni persona all’interno di un “paradigma di riconoscimento” (Toneguzzi). Volge ad ogni “altro” un “tu” valorizzante (Martin Buber), che equivale ad un appassionamento sincero per il suo “volto”, il suo progetto e la sua sorte, la sua singolarità unica ed irripetibile, nella consapevolezza che ogni essere, anche il più insignificante, il più emarginato o il più ostile, fa parte della “comunità etica universale” (la “compresenza” di Aldo Capitini, cfr. Anche Kant), da’ un contributo prezioso ed insostituibile all’affermazione del Valore (laddove per valore si intende “tutto ciò che di buono, di bello e di vero si può produrre in questo mondo”).

Non a caso Capitini[1] fondo’ nel 1940 assieme a Guido Calogero il Movimento Liberalsocialista, intendendo per liberalsocialismo non una socialdemocrazia annacquata (come rischia di evocare il termine) ma la tensione alla massima socializzazione nel campo ecomico-politico e alla massima libertà nel campo spirituale e culturale, “un massimo di socialismo unito ad un massimo di libertà”= proprietà pubblica dei mezzi di produzione e di commercio + applicazione universale delle fondamentali libertà individuali (pensiero, espressione, opinione, religione, controllo sul potere politico, diritto alla salute e al miglioramento della qualità della vita, alla parità delle tutele giuridiche e delle possibilità di accesso all’istruzione, ecc.). Il famoso “socialismo dal volto umano” che ha acceso gli animi dei “padri nobili” della sinistra ed ispirato, più o meno apertamente, l’azione di tanti militanti.

Nel ’43 il Movimento Liberalsocialista è confluito nel Partito d’azione: Capitini ha rifiutato di aderirvi, perché riscontrava in esso la prevalenza della componente democratico-repubblicana su quella socialista e perché l’istituzione partito strideva con la sua concezione politica, che negli anni più maturi approda all’ideale dell’onnicrazia, o potere di tutti, una modalità di gestione del potere “dal basso”, attraverso la costituzione di una rete capillare di centri ed assemblee, che mantenga vivo ed alto il dibattito democratico ed eserciti un controllo serrato ed un dialogo aperto con gli organi istituzionali.

Forse rivoluzione nonviolenta e onnicrazia, sono utopie, esattamente come l’anarchia. Ma ben venga l’utopia, se serve a tenere alta la tensione della prassi, indicando la direzione d’impegno, la meta cui volgere il cammino! In ogni caso, più “evolvo” (per non dire invecchio), più maturo la convinzione che la vera “rivoluzione” è una questione spirituale (o culturale, se il termine spiritualità ci sembra equivoco). Il cambiamento comincia da sé stessi. La “cattiveria” è il frutto avvelenato della frustrazione. Chi persegue la propria completa autorealizzazione, realizza la propria “vocazione” (la missione cui è chiamato, in parole povere fa quello che gli piace e che sa fare bene, obbedisce al proprio “daimon” interiore) è felice e porta felicità nel mondo, risplende e irradia luce attorno a sé. Realizza quella rivoluzione personale che, se estesa ad ogni individuo, può diventare premessa e fondamento di un’autentica, sostanziale e duratura rivoluzione politica.

  1. Aldo Capitini è l’autore oggetto della mia tesi di laurea: per una conoscenza più approfondita, vedi il saggio Aldo Capitini-Le ragioni della nonviolenza nella sezione Filosofia di questo sito.
1 commento
  1. Betty
    Betty dice:

    Molto interessante! Concordo sul fatto che la vera “rivoluzione” non può essere che “spirituale” e “dentro di noi” in primis

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